In Honduras, il governo golpista di Micheletti si prepara alle elezioni del 29 novembre dopo essere venuto meno a tutte le promesse di accordo. Mentre gli stati sudamericani denunciano la situazione, gli Stati Uniti sembrano favorevoli ad accogliere il risultato elettorale, nonostante il fatto che i mezzi di controllo siano tutti nelle mani dei golpisti. Il disastro democratico in Honduras non sembra voler terminare.

Nel giugno 2009, un golpe congiunto di militari e politici aveva deposto il Presidente democraticamente eletto Manuel Zelaya. Nonostante qualche iniziale tentennamento americano, la comunità internazionale era stata ammirevolmente compatta nel condannare il golpe, sotto la spinta in particolare di paesi quali il Brasile e la Spagna. Il Fondo Monetario Internazionale aveva congelato finanziamenti e prestiti e così tutti i paesi occidentali. Varie forme di embargo avevano colpito i golpisti honduregni.

Il 29 ottobre 2009 in Honduras si era visto un bagliore di luce, si era intravista una speranza. Sotto la spinta dell'Organizzazione degli Stati Americani (OAS) e degli Stati Uniti, infatti, era stato siglato un accordo che avrebbe previsto il reinsediamento come Presidente di Manuel Zelaya e la formazione di un governo di unità nazionale.
http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/8333261.stm

Indubbiamente, se un fatto del genere fosse stato confermato, si sarebbe trattato di un primato quasi assoluto: un presidente democratico abbattuto con un golpe e poi reinsediato pacificamente, esclusivamente per effetto delle pressioni internazionali. Purtroppo, l'accordo si è rivelato essere una farsa.

L'accordo prevedeva i seguenti punti principali:

1) il reinsediamento di Manuel Zelaya come Presidente da parte della Corte Suprema dell'Honduras;

2) la formazione di un governo di unità nazionale in cui fossero rappresentate tutte le tendenze politiche honduregne, entro il 5 novembre;

3) nessuna amnistia, e una indagine conoscitiva sui fatti legati al golpe.

E' evidente, da come si sono svolti successivamente i fatti, che il governo golpista non avesse alcuna intenzione di rispettare l'accordo, ma che esso rappresentasse una “carta bollata” con la quale cercare di guadagnare tempo e confondere la comunità internazionale.

Infatti:

1) poiché il primo punto era espresso, formalmente, come un nuovo voto della Corte Suprema sul reinsediamento di Manuel Zelaya, la Corte Suprema poteva in teoria votare contro il suo reinsediamento – che è esattamente ciò che ha fatto il 27 novembre;
http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/8383916.stm

2) un'altra interpretazione cavillosa dell'accordo ha consentito di trattare separatamente nel tempo la formazione del governo di unità nazionale e il reinsediamento di Zelaya. Ovvero: il governo di unità nazionale è stato formato dal solo Micheletti il 5 novembre, senza che Zelaya fosse stato reinsediato (come abbiamo appena visto, il voto della Corte Suprema, peraltro contrario, non è arrivato prima del 27 novembre);

http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/8334940.stm 
http://www.economist.com/world/americas/displaystory.cfm?story_id=14802313

3) la scelta di non concedere un'amnistia, bensì istituire un'inchiesta, si ritorce ora contro Zelaya, dato che sono i golpisti ad avere in mano tutte le istituzioni e a poter così procedere con una inchiesta ai danni di Zelaya stesso.

L'interpretazione cavillosa dell'accordo mostra una chiara malafede da parte dei golpisti. A seguito di questa situazione e di ripetute denunce del Brasile, dell'OAS e di organizzazioni quali Amnesty International e Human Rights Watch sul fatto che i comitati elettorali sono controllati dai golpisti e che non è possibile condurre elezioni trasparenti, la maggior parte degli osservatori internazionali ha lasciato il paese ed è pronta a considerare nulle le elezioni. A questa denuncia si sottraggono solo tre stati, Colombia, Panama e Stati Uniti. Il Dipartimento di Stato USA, per bocca del portavoce Kelly, annuncia che gli osservatori americani restano sul posto e che gli USA non condanneranno il risultato delle elezioni a priori: “we’re not going to judge the outcome of elections that haven’t taken place yet”. Una posizione assolutamente discutibile, specie per un paese in guerra per "esportare la democrazia".
http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2009/nov/132362.htm

In polemica, con questa situazione, il candidato indipendente Carlos Reyes si è ritirato dalla contesa presidenziale, così come trenta candidati a posizioni minori di tre partiti differenti. Rimangono in corsa cinque candidati, e la democrazia honduregna cercherà formalmente di tenere e di essere legittimata a livello internazionale. Si tratta comunque di una situazione inaccettabile, che rischia di finire in farsa, specialmente se l'amministrazione Obama si assumerà la responsabilità  e la colpa di legittimare un golpe - presumibilmente in solitudine. 

Fonti:

"Honduras rivals resolve deadlock", BBC News, 30 ottobre 2009

"Zelaya's scrap of paper" , The Economist, 5 novembre 2009

"Honduras deal 'dead' ", BBC News, 6 novembre 2009

Conferenza stampa del Dipartimento di Stato USA, dal sito ufficiale del Dipartimento, 24 novembre 2009

"Honduras set for new president-elect", 28 novembre 2009

  • ventopiumoso  - tegucigalpa
    come ben sai, la clinton e sottoposti hanno già chiaramente espresso la loro decisione di riconoscere il vincitore delle elezioni. hanno anche "aiutato" il processo elettorale e, colmo dell'ironia, hanno affermato che ci penserà la loro ambasciata (una delle "centrali" del golpe) a monitorare sulla legittimità delle elezioni.. il che potrebbe anche essere vero, visto che alla fine si presentano solo micheletti e i suoi compagni di merende.
    a.
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Ultimo aggiornamento (Sabato 28 Novembre 2009 18:00)

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