Dopo l’episodio dell’aggressione del premier a Milano e lo spontaneo diffondersi in Rete di commenti coloriti, colorati ed in taluni casi violenti ed idioti inneggianti al gesto del folle che ha colpito Silvio Berlusconi, il Ministro dell’interno e quello della Giustizia - unitamente ad una nutrita schiera di esponenti del Governo e della maggioranza - sono tornati a minacciare oscuramenti e chiusure di siti e piattaforme di social network.
Il Ministro dell’Interno Maroni ha, persino, manifestato l’intenzione di portare già al Consiglio dei Ministri di giovedì la richiesta di adozione di provvedimenti straordinari per arginare gli episodi di istigazione a delinquere in Rete.
Non è dato sapere a che genere di provvedimento il Ministro stia pensando ma è facile ipotizzare che si tratti di un’iniziativa non troppo lontana nel contenuto dal famigerato emendamento D’Alia.
Sul punto si è già scritto moltissimo e mi sembra inutile soffermarvisi ancora: la soluzione di oscuramenti di intere piattaforme di comunicazione in ragione del loro utilizzo per la pubblicazione di contenuti illegittimi - specie se i provvedimenti di oscuramento dovessero essere adottatti in sede extra-giudiziaria - è semplicemente impraticabile perché in contrasto con i più elementari principi costituzionali e con lo stato di diritto.
C’è, tuttavia, in questa vicenda un altro profilo che merita di essere approfondito perché sintomatico di un atteggiamento davvero inaccettabile delle nostre istituzioni rispetto a quanto accade in Rete.
Nelle stesse ore, infatti, in cui proliferavano su Facebook e fuori da Facebook gruppi e messaggi inneggianti alla “folle ed eroica” impresa del Sig. Tartaglia e il Governo tuonava contro la Rete rea di far da cassa di risonanza ad un clima politico ormai divenuto - non certo per colpa dei cittadini - incandescente, proprio su Facebook si consumava uno dei più gravi attentati ai diritti della personalità di milioni di cittadini italiani immaginabile: un gruppo di quasi due milioni di utenti ritrovatisi nel tempo attorno all’idea di manifestare solidarietà alle vittime del terremoto in Abruzzo, si è ritrovato “ridedicato” al sostegno a Silvio Berlusconi trasformando così, in pochi click, milioni di cittadini in supporter del premier.
Nessuno, dal Governo ha gridato all’attentato all’identità personale di questi cittadini né chiesto al Garante o alla magistratura di intervenire per accertare come sia potuto accadere che si sia attribuita a milioni di cittadini italiani un’opinione politica da questi ultimi mai manifestata.
I dati relativi alle “opinioni politiche” sono dati sensibili in relazione ai quali la vigente disciplina detta le previsioni più rigorose in quanto dal loro illegittimo trattamento possono derivare le ipotesi di maggior pregiudizio agli interessati.
Vi immaginate quale deve essere stata, questa mattina, la situazione nella quale si sono ritrovati gli iscritti al gruppo a sostegno delle vittime dell’Abruzzo - nella notte trasformato in gruppo di sostegno a Silvio Berlusconi - quando amici, colleghi, conoscenti, datori di lavoro, compagni di lotta politica o di associazioni di partito, appresa su Facebook la notizia della loro adesione ad un gruppo pro-Berlusconi, hanno loro chiesto lumi sulle ragioni della scelta?
Perché nessuno ha tuonato contro questo attentato di proporzioni e violenza certamente superiore - almeno perché suscettibile di ledere i diritti della personalità di milioni di cittadini e non di uno soltanto - rispetto a quelli che hanno calamitato l’attenzione del nostro Governo ?
Mi rendo conto che dato l’argomento è difficile che le mie considerazioni non vengano “colorate politicamente” ma, in tutta franchezza, le avrei fatte egualmente se i “colori” in gioco fossero stati diversi perché il punto è un altro: temo che il Governo continui a non comprendere le dinamiche di un fenomeno che pure continua a pretendere di regolamentare e questo mi spaventa.
L’auspicio è che gli utenti vittima dell’episodio di “trasformismo indotto” appena segnalato, denuncino al Garante per la privacy l’accaduto e chiedano all’Ufficio del Prof. Pizzetti di intervenire per accertare chi ha progettato ed attuato il cambio del titolo del gruppo su Facebook nonché all’Autorità giudiziaria l’irrogazione delle sanzioni che tali soggetti meritano.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente da Guido Scorza su GBLOG il 14 dicembre 2009.
- Commenti
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|93.40.130.xxx |2009-12-16 02:38:16 Nerdvana Übergeek - IronicoNel precedente commento ho scritto una parolaccia troncata e il sito l'ha censurata comunque! :D
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|93.40.130.xxx |2009-12-16 02:15:02 Nerdvana Übergeek - Il problema è la Rete?Leggo nell'articolo:
Il Ministro dell’Interno Maroni ha, persino, manifestato l’intenzione di portare già al Consiglio dei Ministri di giovedì la richiesta di adozione di provvedimenti straordinari per arginare gli episodi di istigazione a delinquere in Rete.
Ecco appunto, ministro Maroni, perchè non iniziare ad arginare l'istigazione a delinquere *reale* dell'ala politica di cui lei fa parte?
http://www.youtube.com/watch?v=f-1UDc3PCRk
"Voglio eliminare tutti i bambini dei (sic.) zingari"
Giancarlo Gentilini
Questa è la gente che poi parla delle radici cristiane dell'Europa. E vengono a dire che il problema sono i gruppi di Facebook? Mav****...


