Così tuonava nella conferenza stampa di giovedì 13 maggio il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Berlusconi annunciava, di fronte ai giornali e alle tv riunite, la seconda fase legalitaria del governo: quella del ddl anti-corruzione e quella dell'espulsione immediata dal governo dei colpevoli.
Questa volta non era lui, il premier, la guida del governo, ad essere sotto i riflettori delle procure. Questa volta, sotto il tiro degli indici accusatori dei pm di Perugia c'erano stretti colleghi di partito e di governo: il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Guido Bertolaso, il ministro alle attività produttive Claudio Scajola e la sua "testa di ponte" nel PDL, il coordinatore Denis Verdini.
Le loro vicende giudiziarie stavano danneggiando l'immagine del governo e, prima ancora, la popolarità del suo Presidente. L'avvio della fase legalitaria e della lotta senza quartiere alla corruzione politica non consentiva più un approccio garantista. Era giunta l'ora della pulizia e del rispetto delle regole.
Nello stesso istante, lontano dagli occhi disattenti degli organi di stampa, al Senato prendeva vita, dopo mesi di illazioni, indiscrezioni ed ipotesi, la forma definitiva del cosiddetto "Lodo Alfano Costituzionale".
La proposta di legge, che vede come autori e primi firmatari gli elementi di spicco del PDL Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliarello, raccoglie le firme dei "pidiellini" Roberto Centaro e Domenico Benedetti Valentini e quella di Federico Bricolo, Presidente del gruppo parlamentare della Lega Nord.
La forma è semplice: tre articoli componenti un disegno di legge costituzionale (che non altera nessun comma della suprema Carta, ma che ne "interpreta le volontà").
La sostanza altrettanto: abrogazione della processabilità automatica di Presidente della Repubblica, ministri e Presidente del Consiglio e ripristino (ma per i soli esponenti di governo) di quell'autorizzazione a procedere che il Parlamento abrogò nel 1993 sulla scia di Tangentopoli, per i procedimenti in corso e per tutti quelli che potrebbero aprirsi una volta entrata in vigore.
Lo scopo: approvazione dell'intero provvedimento, attraverso l'obbligatoria doppia-lettura in entrambe le camere, all'interno dei tempi tecnici minimi (la speranza è la fine di questo anno).
La conseguenza: creazione di un Lodo salva-premier che recepisce nel miglior modo possibile i dettami della Corte Costituzionale (forma costituzionale della legge ed assenza di sistemi automatici di sospensione dei procedimenti) e che, da un lato garantisce premier e ministri, e, dall'altro, lascia al proprio destino i sottosegretari Guido Bertolaso e Nicola Cosentino e il dimissionario Claudio Scajola.


