Home Italia Il decreto "salva-liste" approda alla Camera, tra dubbi interpretativi e inapplicabilità
Share/Save/Bookmark

Mercoledì il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sferrava un nuovo attacco frontale al trittico magistratura-sinistra-stampa, autore a suo dire di un complotto politico finalizzato ad impedire la regolare partecipazione del PDL alle elezioni regionali nel Lazio. L'intera stampa nazionale era impegnata alla conferenza stampa del momento, "arricchita" per così dire dall'aggressione del Ministro della Difesa Ignazio La Russa al "disturbatore" giornalista free-lance Rocco Carlomagno. Intanto, in Parlamento, più precisamente presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera, iniziava con rapidità record il dibattito sul recentissimo decreto-legge salva-liste.


Il provvedimento, che ha già mostrato la propria natura controversa con le recenti sentenze negative del TAR del Lazio e del Tribunale di Roma, è incentrato attorno al concetto "interpretativo":

"il rispetto dei termini orari di presentazione delle liste si considera assolto quando, entro gli stessi, i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del tribunale. La presenza entro il termine di legge nei locali del tribunale può essere provata con ogni mezzo idoneo".
Ed è in questo stesso comma, espressione dell'intero decreto, che entrano in gioco due concetti in grado di aprire a scenari e possibilità inattese.

Innanzitutto il decreto così formulato consentirebbe tecnicamente di accettare liste elettorali anche il giorno stesso delle elezioni. Il provvedimento, infatti, richiedendo la presenza e non la permanenza dei rappresentanti, tutela il diritto di presentazione delle liste anche ai delegati che, paradossalmente, pur essendo presenti in Tribunale entro i limiti fissati dalla legge, se ne fossero allontanati per alcune settimane, con tutta la documentazione richiesta.
In virtù del presente decreto e in assenza di una specifica legge elettorale regionale (cosa che accade ad esempio in Lombardia, Emilia-Romagna, Umbria etc.) ad Alfredo Milioni sarebbe bastato presentarsi per un istante nei corridoi del Tribunale e poi andare in vacanza fino al giorno precedente alle elezioni portandosi dietro la documentazione per avere diritto a sospendere l'intera procedura elettorale e chiedere l'inserimento delle proprie liste, seppure fino ad allora mai ricevute da nessun organo.
Inoltre, nel provvedimento si stabilisce un vago diritto alla possibilità di dimostrare la propria presenza nel Tribunale "con ogni mezzo idoneo". Una dicitura che in assenza di un ulteriore decreto interpretativo dell'attuale decreto lascerebbe un'enorme soggettività di giudizio da parte dei magistrati, probabilmente al limite dell'applicabilità costituzionale.

Ad aggiungere anomalia su anomalie entra in campo l'onorevole Giuseppe Calderisi (PDL), relatore in commissione del decreto legge del governo. Autore di un'appassionata e ben documentata introduzione descrittiva delle diverse norme contenute al suo interno, il deputato del PDL si è avventurato, violando ogni consuetudine sull'illustrazione tecnica dei disegni di legge, in una inappropriata ricostruzione degli eventi accaduti sabato 27 febbraio.

Introduce la discussione sull'opportunità del decreto confessando apertamente la natura ad-listam del provvedimento, con le seguenti parole: "sia a Milano sia a Roma, gli uffici elettorali hanno compiuto due diverse violazioni della legge e delle regole elettorali, rispettivamente a danno della lista Formigoni e di quella del Popolo della libertà. Il decreto legge si è reso necessario proprio per ripristinare la legalità [...] È un decreto pienamente legittimo, esattamente il contrario di quanto certa propaganda e certa stampa hanno rappresentato".

E, sui fatti accaduti, pur non essendo testimone oculare, afferma: "I delegati della lista del Popolo della libertà erano entrati nel Tribunale tempestivamente, giungendo davanti alla stanza dove avveniva il deposito delle liste mezz'ora prima della scadenza. Solo la carenza di personale dell'ufficio elettorale li ha costretti a fare la fila, solo la grave e colpevole negligenza da parte dei responsabili dell'ufficio li ha lasciati fuori dalla stanza [...] Altro che applicazione delle regole, qui si è di fronte alla loro patente violazione!".

La ricostruzione, oltre a configurarsi come poco legittima in quel contesto (era una presentazione di un disegno di legge, non una discussione parlamentare), risulta smentita oltre che dal racconto di Alfredo Milione (che confessa, non senza alcune difficoltà nella spiegazione dei motivi, di essere uscito a più riprese dal Tribunale) anche dai funzionari del tribunale stesso che martedì, nel valutare la documentazione presentata in extremis dal PDL, ne ha rilevato l'insufficienza, a causa della mancanza di: dichiarazione di presentazione della lista provinciale, dichiarazione di accettazione della candidatura, dichiarazione di collegamento con le altre liste, certificati elettorali dei candidati, contrassegno della lista, indicazione dei delegati designatori dei rappresentanti di lista.

 8 visitatori online
Tot. visite contenuti : 158081