Home Italia il "licenziamento facile" otto anni dopo la lotta sull'articolo 18
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Otto anni fa, la battaglia sull'Articolo 18 tra il governo Berlusconi e i sindacati. Oggi, un incidente di percorso in Parlamento impedisce al governo Berlusconi di aggirare con un cavillo legislativo l'Articolo 18 e scardinarne i principi in sostanza, se non in forma.


Il 18 agosto 2001 e per la prima volta l'allora leader di Confindustria, Antonio D'Amato, chiese al governo Berlusconi II appena insediatosi di agire immediatamente per favorire una "maggiore facilità nel licenziare".
A fronte delle prime polemiche da parte di sindacati e opposizione, il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi si precipitò a smentire frettolosamente ogni possibile intenzione del governo di agire sull'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Pochi giorni dopo, però, il governo smentì Sacconi a sua volta, partorendo nell'arco di pochi giorni le prime proposte abrogative da parte di Antonio Marzano, ministro delle Attività Produttive, quelle di Roberto Maroni, ministro del Welfare, ed il Libro Bianco sul Lavoro, vera linea guida della riforma sul "mercato del lavoro": la famigerata legge 30 (impropriamente nota come Legge Biagi).

Francesco Rutelli, allora leader dell'opposizione, presagiva la nascita di "un autunno caldo" e minacciava il governo con parole come "Il governo chieda scusa" e "Non daremo tregua in Parlamento".
La Lega Nord per bocca del suo leader Umberto Bossi rigettava a mezzo stampa la possibilità di aprire ai licenziamenti facili, ma poi la sosteneva in Parlamento.

Il connubio Governo-Confindustria durò a lungo, per diversi mesi, superando numerosi scioperi. Il tutto fino al 23 marzo 2002, quando la manifestazione di 3 milioni di persone al Circo Massimo a Roma contro la proposta di legge convinse il governo a togliere dal tavolo l'abrogazione dell'articolo 18.

Otto anni dopo, l'aula di Palazzo Madama approvava con 151 voti a favore contro 83 contrari il disegno di legge governativo (firmatari Tremonti, Scajola, Brunetta, Sacconi, Calderoli, Alfano) che introduce il sistema dell'arbitrato per la risoluzione delle cause giudiziarie sul licenziamento ingiustificato in luogo del processo presso il Tribunale del Lavoro.
Nessuna imposizione formale, solo una possibilità di scelta per il lavoratore. Ma che, con la possibilità garantita di operare a priori questa scelta vincolante in sede di firma di contratto, di fatto trasformava l'arbitrato in un'arma di ricatto per la mancata assunzione oltre che per l'ingiusto licenziamento.

Il tempo delle barricate e degli autunni caldi è passato. Niente guerre in aula e in tv. Solo un sommesso vociare di protesta che accompagna l'approvazione di una legge che raggiungeva quell'obiettivo mancato 8 anni prima. Ma si ferma quasi miracolosamente; non certo per l'intervento di una opposizione intransigente o un sindacato "guerrigliero", ma solo in conseguenza dei forti dubbi espressi da Giorgio Napolitano.

Tre giorni fa, durante il passaggio alla Camera del testo respinto dal Presidente Napolitano, con 225 voti a favore e 224 contrari, l'aula di Montecitorio approva l'emendamento a firma Cesare Damiano (PD) che restringe la scelta dell'arbitrato a controversia avvenuta e mai preventivamente; un nuovo comma in grado di azzoppare il tentativo dell'esecutivo di bypassare senza abrogazioni l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Grazie al diffuso assenteismo nelle file della maggioranza (95 assenti nel PDL, 11 per la Lega Nord), che batte l'assenteismo dell'opposizione (35 assenti nelle file del PD). Un parlamentare della libertà in più ed oggi il PD al posto dei trionfalismi sarebbe salito ancora una volta sul banco degli accusati.

Otto anni fa non era stato necessaria una votazione in Parlamento per bloccare una radicale alterazione delle regole del lavoro. Oggi il richiamo all'autunno caldo e alle barricate politiche sembra un ricordo del passato, che ha lasciato il posto a un puro accidente numerico in una seduta parlamentare di metà primavera.

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