E' attorno a questi tre elementi che si gioca la partita della libertà d'informazione, della giustizia e dell'uguaglianza tra i cittadini.
In una perfetta coordinazione tra le due Commissioni, la maggioranza parlamentare si appresta ad estendere ulteriormente la maglie dell'immunità che il Lodo Gasparri-Quagliarello (altrimenti noto come Lodo Alfano Costituzionale) garantisce a Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio e Ministri.
L'obiettivo primario del PDL consiste ora, stando a quanto stabilito informalmente dalla Commissione Giustizia, nell'estendere le garanzie per la compagine governativa, assegnando all'intero gabinetto di governo la tutela finora attribuita, all'interno del DDL, al solo Presidente della Repubblica: lo strumento dell'autorizzazione a procedere da parte della camera d'appartenenza anche per i reati extra-funzionali e con valore retroattivo (ovverosia valevole per tutti i processi in corso o in attesa di rinvio a giudizio).
Una mossa che consentirebbe al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al ministro Raffaele Fitto e al neo-nominato ministro Aldo Brancher di evitare con facilità i procedimenti giudiziari che li vedono imputati fino al mantenimento dei rispettivi incarichi di governo.
L'8 giugno scorso, dopo una difficile mediazione tra le anime del PDL sul DDL intercettazioni, il Presidente Berlusconi faceva seguire alle concessioni elargite in sede di discussione in Senato l'obbligo di blindatura del testo alla Camera (al fine di garantire l'approvazione del provvedimento entro l'autunno). Il Presidente Fini accettava l'imposizione, dichiarando che il testo approvato in aula al Senato non contrastava in alcun modo con i principi di legalità e con la lotta alla criminalità.
Ieri, in contemporanea alla massiccia manifestazione di protesta a Piazza Navona, Fini tornava per la terza volta sui suoi passi (quelli precedenti all'approvazione al Senato), chiedendo all'esecutivo di "riflettere" sul provvedimento e accusando gravemente il proprio partito di avere "un grave e serio problema con la legalità".
Discorso analogo per quanto riguarda l'urgenza dell'approvazione.
L'11 giugno scorso, appena dopo aver sancito l'eccezionalità del provvedimento nella forma uscita da Palazzo Madama, imputava al governo un'urgenza eccessiva, chiarendo sin da subito la necessità di calendarizzare dapprima la manovra economica per il mese di luglio e, in seguito, la discussione in aula del DDL Alfano, scatenando, per giunta, le ire di un Berlusconi sempre meno in grado di comprendere le uscite della terza carica dello Stato.
Due giorni fa l'ennesimo (apparente) dietro-front dell'ex leader di AN; nell'occasione Gianfranco Fini ha replicato duramente alla scelta dell'esecutivo di inserire a forza la discussione in aula del DDL sulle intercettazioni sin dal 29 luglio, giusto in tempo prima della chiusura dei lavori per la pausa estiva.
La decisione di anticipare i tempi ha riscosso il consenso dei gruppi del centrodestra e l'ovvia opposizione di quelli del centrosinistra. Di conseguenza, la decisione del 29 luglio è stata presentata dal Presidente Fini come un'imposizione del governo che lui non condivide affatto.
Un'imposizione inesistente.
L'articolo 23, comma 6, del regolamento della Camera [PDF], stabilisce infatti che sulle calendarizzazioni dei disegni di legge, nel rispetto di determinati criteri di priorità, a decidere è la conferenza dei capigruppo, con un voto a maggioranza dei 3/4.
In assenza di tale approvazione "plebiscitaria", a decidere è il Presidente della Camera in piena autonomia.
Il governo non ha alcun potere sulla calendarizzazione dei provvedimenti. Il Presidente della Camera sì.
C'è da chiedersi se i leader dell'opposizione, che oggi inneggiano all'indipendenza intellettuale del Presidente Gianfranco Fini e lo innalzano a speranza legalitaria per il paese, ne siano a conosccenza.


