Era l'11 maggio 2001. Due giorni più tardi l'Italia avrebbe decretato la vittoria schiacciante della Casa delle Libertà contro un centrosinistra claudicante e frammentato guidato da Francesco Rutelli.
Mentre il candidato dell'Ulivo era impegnato in una disperata caccia all'ultimo voto, il favorito Silvio Berlusconi conversava cordialmente con Maurizio Costanzo negli studi televisivi della propria tv ammiraglia.
Tra gli impegni annunciati ufficialmente, la risoluzione del problema del conflitto d'interesse tra il Berlusconi magnate televisivo ed il Berlusconi capo del governo nei primi cento giorni di carica.
Furono necessari cinque mesi per poter osservare presso la Camera dei Deputati la prima proposta di legge in materia presentata da Berlusconi, Frattini e La Loggia. E ne passarono altri trentaquattro per poter vedere la legge finalmente in vigore, con la sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
La legge, tuttora in vigore, non stabilisce alcun criterio di ineleggibilità, ma solo misure punitive o risolutive da rendere effettive una volta che l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato riscontri una chiara sussistenza del conflitto, verificabile solo in caso in cui il titolare di cariche di governo produca personalmente un atto in grado di provocare un diretto interesse personale legato ad un danno per l'interesse pubblico.
La legge, che di fatto non tocca in alcun modo il conflitto d'interesse esistente tra cariche politiche e ruoli imprenditoriali critici, resta tuttora l'unica legge mai approvata in tema di conflitto d'interessi.
Tra le norme in essa contenute, l'obbligo per l'AGCM di riferire periodicamente alle camere sulle eventuali incompatibilità riscontrate.
Porta la data del 6 agosto 2010 la pubblicazione [PDF] presso la Camera dei Deputati dell'ultimo resoconto dell'AGCM in tema di conflitto d'interessi, relativo al primo semestre 2010. Delle 20 pagine che compongono il documento, circa 2 pagine e mezzo sono dedicate agli episodi di conflitto d'interessi che hanno coinvolto il premier Berlusconi nei primi sei mesi di quest'anno.
Soltanto due gli episodi riscontrati dal garante: il tentativo di strappare lo showman Fiorello alla crescente concorrenza di Sky per mezzo di un sostanzioso contratto di lavoro con Mediaset e la presenza quasi totalitaria sulle reti Mediaset degli spot-progresso ad opera della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Se la prima questione viene liquidata in poche righe, adducendo l'assenza di un qualsivoglia atto pubblico del governo finalizzato a inserire un programma di Fiorello nelle reti Mediaset (e che quindi, solo in tal caso, avrebbe dimostrato ufficialmente la presenza di un chiaro conflitto d'interessi), più interessanti risultano essere le motivazioni con cui l'autorità guidata da Antonio Catricalà certifica l'assenza di conflitto d'interessi in merito alla vicenda degli "spot progresso".
Secondo gli autori della segnalazione del conflitto d'interesse in questione, "ciascuna decisione assunta da Uffici di vertice di un'amministrazione pubblica centrale chiama in causa la responsabilità d'indirizzo del vertice politico dell'Amministrazione stessa". In altre parole, gli atti amministrativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri con cui sono state scelte le reti Mediaset come diffusori privilegiati degli spot istituzionali del governo vanno comunque ricondotti al politico che coordina, presiede e dirige l'intera istituzione.
Non la pensa allo stesso modo l'AGCM di Catricalà. A pagina 10 del documento, l'Autorità certifica la presenza di una separazione netta tra le competenze politiche di Silvio Berlusconi e le competenze amministrative del personale: mentre il primo è responsabile della sola definizione dell'oggetto delle campagne pubblicitarie, il personale dei vari dipartimenti amministrativi ha "esclusiva ed integrale competenza" per quanto riguarda "la distribuzione degli investimenti pubblicitari tra i vari mezzi di comunicazione, nonché l'individuazione delle singole testate/emittenti".
Stando a quanto certifica l'AGCM, anche qualora Silvio Berlusconi avesse fatto pressioni in forma ufficiosa sui dipartimenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri per la scelta privilegiata delle reti Mediaset per gli spot tv di Stato, senza un atto pubblico firmato Silvio Berlusconi non è possibile chiamare in causa il principio del conflitto d'interesse.
Il suo ruolo di capo di governo non gli consente di stabilire in quali reti traghettare gli spot-progresso. Se invece fosse stato un impiegato qualsiasi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, oggi ci troveremmo di fronte a un esempio di conflitto di interessi in base alla legge.


