Nel definire la satira, Daniele Luttazzi ripete spesso: "La satira è un punto di vista e un po' di memoria". L'informazione non è troppo differente. Viene solo a mancare il punto di vista. Perlomeno nella sua forma più palese. E resta la memoria.
Quella che segue è la storia "italiana" di Kabul, gli ultimi 8 anni di missione militare descritta dalle voci dei sempreverdi protagonisti della politica nazionale.
Una storia priva degli struggenti funerali di stato o del macabro conto delle vittime militari e civili. Una storia il cui inizio è fin troppo chiaro ed è un prologo che conosciamo molto bene: attacchi terroristici a New York e a Washington DC l'11 settembre del 2001, la decisione immediata dell'attacco all'Afghanistan da parte statunitense che riesce a coinvolgere l'intera NATO nel progetto e l'immediato appoggio della politica italiana alla missione (favorevoli: governo Berlusconi, DS, SDI e Margherita, contrari: Verdi, Rifondazione, Comunisti Italiani e sinistra DS).
Il resto della storia appare invece più appannato. Tutto sembra svolgersi con regolarità ed assumere un senso. Un senso che cambia profondamente se solo si ricordasse la storia delle missioni ISAF ed Enduring Freedom a Kabul. Ciò che segue sono gli 8 anni di mutazioni genetiche della politica italiana, quella mutazione che unisce le colombe di oggi nei falchi rapaci di ieri.
10 ottobre 2001, Francesco Rutelli: "E' importante che il Parlamento sia unito, non stiamo partecipando a un war game".
11 ottobre 2001, Marina Suino (DS): "I bombardamenti sull'Afghanistan ci porteranno ad un escalation senza fine".
26 ottobre 2001, Donald Rumsfeld: "Non sarà facile trovare Obielle (Osama Bin Laden, ndr), ma sono convinto che ci riusciremo". Il successo della nostra missione non si misura in termini di tonnellate di bombe, ma nella capacità di bloccare Al Qaeda".
5 novembre 2001, Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi): "Pur di recuperare una credibilità internazionale in picchiata Berlusconi mette sul tavolo l'invio delle nostre truppe. Nessuno glielo ha chiesto. E' stata un'offerta strumentale, che al nostro paese costerà tanti rischi e anche centinaia di miliardi".
8 novembre 2001, Massimo Giannini (Repubblica): "La guerra giusta esiste. quella che i nostri 2.700 soldati stanno andando a combattere lo è".
15 novembre 2001, Tony Blair: "I taliban sono crollati. Se anche esistesse qualche sacca di resistenza, l'idea che si tratti di una ritirata strategica sarebbe solo l'ultima di una lunga serie di menzogne".
19 novembre 2001, Antonio Martino (Ministro della Difesa): "Quando c'è già una pacificazione, un accordo fra le fazioni, allora può intervenire una forza multinazionale per il mantenimento della pace. Fintanto che questo non accade non si tratta di peace-keeping, ma di "peace-enforcing" (imporre la pace). E io al peace-enforcing non sono favorevole".
15 dicembre 2001, George W. Bush (su Bin Laden): "Non so se lo prenderemo domani, tra un mese o tra un anno, ma non ho dubbi che ci riusciremo".
19 dicembre 2001, Antonio Martino: "3 mesi è il mandato che l'Onu ha assegnato alla missione di pace, e noi speriamo di poter richiamare tutti i nostri uomini proprio fra 3 mesi: ma naturalmente le variabili sono molte, seguiremo l'evoluzione della situazione nelle prossime settimane e prenderemo le nostre decisioni al momento giusto".
30 gennaio 2002, Luigi Peruzzotti (dichiarazione di voto per il gruppo Lega Nord al Senato): "Va sottolineato che la scelta di questo termine (31 marzo 2002 il termine per il finanziamento delle missioni all'estero, ndr) si spiega con l'elevata probabilità di un ritiro italiano a fine marzo sia dall'Afghanistan che dalla Macedonia".
5 marzo 2002, Antonio Martino: "Affermare che Al Qaeda fosse stata del tutto debellata e che, caduto il regime, i talebani si fossero dissolti come neve al sole era un'idea ottimistica. Ora, i nuovi sviluppi ci ricordano che l' operazione non è finita".
8 marzo 2002, Tony Blair: "I campi di addestramento di Al Qaeda in Afghanistan sono stati distrutti, la loro rete di supporto è stata smantellata, i loro capi sono stati uccisi, catturati o messi in fuga. Il regime Taliban, che in passato li aveva appoggiati e ospitati, è stato rovesciato. In conseguenza di quello che abbiamo intrapreso, credo che l'Afghanistan sia ora un paese migliore e che già adesso il mondo sia più sicuro".
3 ottobre 2002, Antonio Martino: "Resta da completare l'opera di neutralizzazione di tutte le sacche di terrorismo ancora presenti, possibili basi logistiche e centri di reclutamento. Servono ancora due anni".
4 ottobre 2002, Massimo D'Alema (presidente DS): "Quando votammo sì, a novembre, agimmo sull'impulso della tragedia dell' 11 settembre, e il governo ci prospettò un impegno preciso per le nostre truppe: scorta e protezione degli aiuti umanitari. Ora la missione che ci viene richiesta prevede di combattere in prima linea, dare la caccia ai terroristi. Cosa legittima, sia chiaro, ma che cambia la natura della missione stessa, e che va seriamente discussa con gli alleati".
5 ottobre 2002, Silvio Berlusconi: "Non credo che ci siano rischi gravi anche perché tutti i talebani che hanno resistito alle truppe alleate sono riparati in altri stati, non sono più in Afghanistan".
10 gennaio 2003, Mauro Bulgarelli (Verdi): "L'Italia è ormai in guerra, e in prima fila. E nessuno lo dice".
7 febbraio 2003, Luciano Violante (DS): "Berlusconi ha definito un'operazione di pace quella degli alpini, ma sappiamo che si tratta di un'azione di guerra".
20 agosto 2003, Antonio Martino: "A due anni dall' attacco alle Torri Gemelle riteniamo concluso il nostro impegno: posso assicurare che il contingente italiano quando vedrà scadere il suo mandato, il prossimo 15 settembre, non verrà reintegrato".
Quanto durerà la missione irachena dell' Italia? "Un anno, ritengo. E tra un anno, se non ci saranno spiacevoli novità, avremo in giro la metà degli uomini che ci sono oggi".
18 maggio 2004, Silvio Berlusconi: "In Iraq, in Bosnia, in Afghanistan, l'Italia è in missione per portare pace e democrazia, non per fare la guerra".
18 maggio 2004, Rocco Buttiglione: "Si passa da una situazione di peace keeping a una di peace enforcing. Forse useremo altre parole, ma la sostanza è questa: bisogna attaccare e distruggere le forze che impediscono la pace".
21 giugno 2005, Antonio Martino: "I militari italiani rimarranno a lungo in Afghanistan, forse un altro decennio".
26 giugno 2006, Oliviero Diliberto: "Io chiedo il rientro dei nostri soldati. Mi viene spiegato, da D' Alema per esempio, che non possiamo ritirarci perché non siamo soli, perché c'è l'Unione europea e c'è la Nato. Bene: noi facciamo parte dell' Alleanza atlantica, il governo, in quella sede, prenda posizione per chiedere la fine della missione. E' un atto politico che Prodi può fare e che io sono pronto a valutare positivamente".
2 luglio 2006, Antonio Di Pietro (sulle intenzioni di alcuni senatori di non rifinanziare la missione in Afghanistan): "Chi tradisce, o ci ripensa o va a casa".
9 settembre 2006, Maurizio Gasparri (AN): "Chi invoca il ritiro rende i nostri militari un facile bersaglio dei talebani e tende una mano a tutto il terrorismo".
10 settembre 2006, Massimo D'Alema: "Non è in discussione l' impegno dell'Italia, ma bisognerà discutere in ambito Nato e Onu di come questa missione è portata avanti. E' tutto evidente che non ha avuto successo".
10 novembre 2006, Massimo D'Alema: "Partiamo da una constatazione oggettiva e cioè che la strategia dell'intervento armato seguita finora si è purtroppo rivelata del tutto inefficace. E questa non è un'opinione, ma un dato di fatto".
21 gennaio 2007, Umberto Bossi (sul voto di fiducia al governo Prodi sulla mozione "Afghanistan"): "E' scontato il nostro sì al rifinanziamento della missione in Afghanistan. Lo dobbiamo fare per coerenza, vista che l'abbiamo decisa noi. Là c'è il nostro esercito, bisogna appoggiarlo. Non puoi mandare gli italiani e poi abbandonarli. Siamo obbligati a sostenere l'esercito".
11 febbraio 2007, Arturo Parisi (Ministro della Difesa): "Ho parlato del 2011 come una data per lasciare il paese. Ma questo non significa che non si possa finire il nostro compito più in fretta".
21 marzo 2007, Massimo D'Alema: "Non è un momento magico, ma entro l'anno potrebbe essere l'evento che riavvia il processo politico per la pacificazione del paese".
16 gennaio 2008, Antonio Di Pietro: "Ecco perché su questo tema non si possono fare due politiche, una corretta e concreta che è quella di rispettare gli obblighi internazionali e una politica delle polemiche e delle chiacchiere per motivi elettorali e di propaganda del proprio partito che spaccano la coalizione, ben sapendo che il nostro Paese non può violare le norme internazionali".
Il resto è storia d'oggi, fatta di sostenitori e di ex-sostenitori, di dubbi e di certezze, di interessi economici e terrorismo. E, soprattutto, di 6 soldati italiani e 15 civili afghani morti. Di cui, come al solito, ci dimenticheremo molto presto. Dei secondi lo abbiamo fatto da subito.
Ultimo aggiornamento (Giovedì 24 Settembre 2009 12:45)


