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Con una schiacciante maggioranza, il popolo islandese ha rifiutato il piano governativo di rimborso dei creditori inglesi e olandesi che avevano investito nelle banche islandesi Landsbanki e Icesave. Banche private rilevate dal governo, il cui crollo, invece che pesare anche sugli investitori, si voleva far pesare solo sul popolo islandese...

Pubblicato il 16 marzo 2010 alle 14:00.

 

"It is cornerstone of the constitutional structure of the Republic of Iceland that the people are supreme judge of the validity of the law. Under the Constitution […] the power which formerly rested with the Althingi and the King was transferred to the people. It is then the responsibility of the President of the Republic to ensure that the nation can exercise this right. […] It has steadily become more apparent that the people must be convinced that they themselves determine the future course. The involvement of the whole nation in the final decision is therefore the prerequisite for a successful solution, reconciliation and recovery."

(Dichiarazione del Presidente islandese nell’accogliere la proposta popolare di referendum, 5 Gennaio 2010)

 

Sabato 6 Marzo gli islandesi si sono espressi, tramite referendum popolare (ha firmato la proposta oltre un quarto della popolazione) avallato dal Presidente della Repubblica Ólafur Ragnar Grímsson, sull’approvazione o meno del piano governativo di rimborso dei creditori inglesi ed olandesi colpiti dal crack Landsbanki e dalla vaporizzazione dei depositi Icesave.

I dati ufficiali sono chiari: il 93.2% dei votanti (ha votato il 62.7% degli aventi diritto) si è espresso contro questo piano e solo l’1.8% a favore: poiché per l’art.26 della Costituzione islandese l’esito della consultazione ha valore di legge, la normativa proposta è stata bocciata e niente risarcimento. Il governo islandese ha precisato che studierà un nuovo piano di rimborso, cassando il precedente piano di 3.9 miliardi di Euro (da rifondare in 14 anni con un interesse del 5.5%) previsto dalla legge n.1 del 2010 che emendava la legge n.96 del 2009 (si possono trovare le due norme nel sito dell’Althingi, il Parlamento islandese).

Secondo quanto riporta il 4.3.2010 Ann Pettifor per Advocacy International, “After Iceland's Referendum, What Next?”, il tasso base della Bank of England è oggi lo 0.5% (1.5% a Gennaio 2009) e quello della Bce del 2.0% (Gennaio 2009). All’Islanda si voleva imporre un tasso di interesse del 5.5%, mentre inizialmente il governo olandese propose addirittura il 6.7%. 

Nello stesso articolo Pettifor sottolinea come si sia del tutto ignorato il principio (chiave, nella legislazione Ue) di proporzionalità. In sostanza si tratta di confrontare i 76 milioni di abitanti complessivi di Regno Unito e Paesi Bassi con i 320mila islandesi; la nazionalizzazione delle perdite (private, sempre da ricordare!) costerebbe agli islandesi 12mila Euro a testa, e solo 50 Euro per cittadini dei primi due paesi. 

Infine, rimarcando come la crisi islandese sia chiaramente figlia da un lato del modello economico anglo-americano e dall’altro dei fumosi ed incompleti regolamenti europei, la Pettifor evidenzia altri due punti. I due punti sono la corresponsabilità (negligenza non solo a livello locale, ma anche europeo e sovranazionale) e la disonestà con cui i governi olandese e britannico hanno presentato la contesa come il rimborso di un “debito sovrano”, versione peraltro propinata dai nostri media. I governi su citati, poi, hanno rifondato i propri cittadini in modo unilaterale, senza consultare il governo scandinavo, riservandosi poi di estorcere al governo islandese i soldi facendo leva sulla propria superiore forza politica ed economica. 

 La presa di posizione dei cittadini islandesi è stata netta: non vogliono pagare i debiti e la spericolatezze delle banche private e dei manager europei (in particolare inglesi ed olandesi con Icesave) che hanno piazzato i titoli a rischio. Segnaliamo alcuni video che illustrano limpidamente le motivazioni del no, per bocca degli stessi isolani:

Bloomberg, news; BBC, Icelanders say no to Icesave plans, 6.3.2010; 

BBC, Iceland celebrates after rejecting Icesave payback plan, 7.3.2010;

BBC, Iceland celebrates after rejecting Icesave payback plan, 7.3.2010;

BBC, Iceland rejects plan to repay Icesave, 7.3.2010 – in quest’ultimo articolo è fruibile anche un file audio con la dichiarazione del Presidente Grímsson.

L’esito del voto e lo stralcio della legge potrebbe avere ripercussione sia sull’erogazione di aiuti economici internazionali. Ad esempio, la BBC in Q&A: Iceland debt referendum del 7.3.2010, segnala come Gran Bretagna e Paesi Bassi siano in prima fila a richiedere che l’aiuto sia vincolato alla rifondazione del debito. Debito che, nel 2011, maturerà 1 miliardo di Euro di interessi. Il cappio si stringe. E nemmeno i cugini scandinavi, che hanno sborsato 1.8 miliardi di Euro, sembrano sensibili alle motivazioni di Rejkyavik: ad esempio su The Local, nell’articolo Reinfeldt: “Iceland must honour its commitments” del 9.3.2010, si possono trovare le dichiarazioni del Primo ministro svedese dopo l’esito del voto.

Il vigoroso “no” potrà avere effetti anche sui negoziati per l’ingresso dell’Islanda nella Comunità Europea, partiti nel Luglio scorso. Tali negoziati, non sono, in realtà, così popolari. L’ultimo sondaggio del 28 Febbraio ha avuto il seguente esito: 33.2% degli intervistati favorevoli alla membership dell’Islanda nell’Ue; 56.0% contrari (fonti islandesi: qui e qui). L’ingresso nella Comunità europea è ostracizzato principalmente per questioni riguardanti la pesca del merluzzo, di gran lunga la voce di maggior peso nel bilancio economico dell’isola. Anche il partito rosso-verde (Vinstrihreyfingin - grænt framboð) è contrario a confluire nell’Unione, nonostante siano alleati dei socialdemocratici al governo, pro-Ue: si consulti The LGM party council’s statement.

 

LA CRISI ISLANDESE

Ripercorriamo qui solo per sommi capi il percorso che ha portato al referendum, mentre per i dettagli, dalla crisi finanziaria islandese alla disputa Icesave, peraltro ben descritte e con tutta la documentazione del caso, rimandiamo alle pagine inglese di Wikipedia.

La crisi bancaria ha potuto svilupparsi in presenza di un mercato completamente aperto e totalmente esposto ai mercati internazionali; gli istituti bancari hanno potuto espandersi ed indebitarsi molto oltre le proprie possibilità di solvenza.

Negli anni ’90 l’economia islandese conobbe una crescita impetuosa ed il differenziale dei tassi di interesse (al 4-6%) con il resto dei paesi avanzati (il doppio dell’area Euro-Usa, 5-6 volte quelli giapponesi) solleticava il reinvestimento nell’isola di prestiti contratti all’estero, una pratica speculativa nota come carry trade. La liberalizzazione integrale del settore bancario fra il 2001 ed il 2003 spianò il terreno a queste scorribande finanziarie, attraendo massicci capitali esteri.

La Banca centrale islandese, per evitare l’indebitamento dei cittadini del proprio paese, reagì aumentando ulteriormente i tassi; l’effetto fu però di dar vita ad un circolo vizioso in cui la crescita dei tassi e l’immissione di titoli di debito nei mercati si riverberavano a vicenda (i tassi arrivarono al 15%). Le principali banche del paese (Kaupthing, Glitnir e Landsbanki) reinvestirono all’estero, senza freni: fra il 2003 ed il 2007, il debito estero dei tre istituti di credito passò dal 200% al 900% del Pil (dati ufficiali citati nelle relative pagine Wikipedia). Le obbligazioni di Stato finirono anche nelle tasche degli europei, in particolare dei correntisti inglesi ed olandesi. Per la precisione, di 300mila correntisti britannici e 125mila olandesi; ed un centinaio di enti pubblici inglesi investirono nei fondi Icesave, per complessivi 840 milioni di Sterline (i più indebitati sono la Contea di Kent e l’Azienda di Trasporti di Londra).

La crisi dei mercati valutari originata dal “battito d’ali” dei mutui subprime statunitensi travolgerà l’Islanda nell’autunno del 2008. Il premier Haarde in un messaggio alla nazione del 6.10.2008 dichiarò che il paese era ad un passo dalla bancarotta, trascinato dai collassi bancari.

La Corona islandese (ISK) subì una pesantissima svalutazione. L’ISK si era mantenuta stabile attorno al rapporto 80:1 con l’Euro fino al 2007; ma già a Febbraio di quell’anno l’Economist valutò l’ISK come la moneta più sopravvalutata al mondo.

Ad inizio 2008 il rapporto salì fino a superare soglia 100:1 a Marzo e quindi, nel giro di due settimane, balzò a 125:1. Ai primi di settembre l’ISK crollò ed in meno di una settimana il rapporto ISK:EUR schizzò a 305:1. L’andamento rispetto al Dollaro Usa è stato del tutto analogo. Il rapporto ISK:USD salì costantemente da 75-80:1 dell’Estate 2008 a 113:1 ai primi di Ottobre, per poi compiere due salti nello stesso mese che lo porteranno a 245:1.

Il governo, su suggerimento di Ue ed Imf, nazionalizzò le tre principali banche, accollandosi gli oneri: profitti privati e perdite socializzate, per l’appunto, ed il debito pubblico esplose. Arrivarono i primi aiuti internazionali da parte della Russia e quindi dai paesi scandinavi e dal Giappone, per complessivi 10 miliardi di USD. I consigli dell’Imf sono stati i soliti di sempre, a partire dai tagli alla spesa pubblica e rigida politica monetaria: gli “aggiustamenti strutturali” individuati dai critici di questa istituzione come i responsabili delle crisi economiche dell’America latina e del così detto Terzo mondo negli ultimi 30-35 anni.

Ai primi di Novembre la moneta si apprezza leggermente per poi portarsi, alle porte del Natale, a 200:1 contro l’Euro e ad oltre 225:1 contro l’USD. Il 2009, grazie al robusto piano economico-finanziario del governo islandese e ad un ulteriore programmato prestito del Fmi di 2 miliardi USD, vede la lenta risalita della moneta islandese: ad Aprile è di nuovo ISK:USD=135:1 ed in Autunno si assesterà attorno quota 120:1. Fra Dicembre 2009 e Marzo 2010 il rapporto fra le due monete oscilla nel range 120-126:1.

La tremenda crisi finanziaria portò ad un aumento della disoccupazione: dall’1% all’8.2% in un solo anno. L’andamento dell’inflazione da tempo doveva suonare come campanello d’allarme: da un minimo del 3.5% nell’Estate del 2007, salì costantemente per tutto il 2008 fino ad un massimo del 18.6% a Gennaio 2009, quando riprese a scendere, dapprima bruscamente poi più lentamente, fino al 6-7% attuale.

Dal lato politico, queste vicende portarono, l’1 Febbraio 2009, alle dimissioni a furor di popolo del primo ministro Haarde, eletto a Maggio 2007. Le elezioni anticipate dell’Aprile seguente portarono al trionfo della coalizione di centro-sinistra (socialdemocratici più sinistra rosso-verde): Jóhanna Sigurðardóttir divenne il nuovo Primo ministro. È stata lei a concertare il piano di rifondazione del debito estero delle banche, che prevedeva che ogni cittadino islandese avrebbe dovuto sborsare 100 Euro al mese fino al 2025, bocciato, come sappiamo, dall’intera popolazione dell’isola.

Bastano un po’ di numeri per comprendere l’impossibilità per l’Islanda di tamponare le fantasmagoriche perdite dei privati (di nuovo seguiamo le fonti istituzionali suggerite da Wikipedia). Nel 2008 il debito estero dell’isola ha raggiunto i 50 miliardi di Euro, di cui l’80% dovuto alle banche, come riportò la Banca centrale islandese (Cbi); questo dato è da confrontarsi con il Pil nel 2007: circa 8.5 miliardi di Euro. Le tre maggiori banche del paese, nella prima metà del 2008, poco prima della crisi, avevano asset per complessivi 75.6 miliardi di Euro: circa 9 volte il Pil. Icesave ha lasciato un buco di 5.5 miliardi di Euro, superiore anche alle riserve della Cbi.

 


LE RESPONSABILITA’ DELLA CITY NEL CRAC ISLANDESE

Come riportò Fortune il 10.16.2008, nell’articolo dell’economista islandese Arsaell Valfells “Gordon Brown Killed Iceland” (e ricordato in parte dalla BBC in Q&A: Iceland debt referendum), Londra ha usato la legislazione anti-terrorismo per congelare gli asset di molte banche e aziende islandesi, a mo’ di ricatto, inasprendo i rapporti fra i due paesi.

L’articolo di Valfells è molto dettagliato. Le due principali banche islandesi, Landsbanki e Kaupthing, operavano con i più diffusi (e appetibili) programmi di prestito online in Gran Bretagna. Ma, mentre le operazioni Icesave di Landsbanki venivano eseguite a nome della banca islandese e controllata dall’Autorità islandese preposta, i fondi Kaupthing erano afferibili ad una banca inglese (KS&F) registrata presso l’FSA, l’Authority inglese dei servizi finanziari, e regolarmente controllata da quest’ultima.

L’8 Ottobre 2008, all’indomani del crollo di Landsbanki, il governo di Gordon Brown utilizzò la legge anti-terrorismo per congelare i beni di diverse società islandesi, fra cui aziende ed industrie del tutto estranee alla vicenda, e compresa la banca Kaupthing: KS&F fu posta in amministrazione controllata dall’FSA, sebbene avesse ancora liquidità sufficiente per far fronte ai creditore e la sua posizione fosse solida. Dunque “sequestro infondato”. Come effetto immediato anche la Kaupthing islandese crollò, trascinando con sé l’intero sistema finanziario dell’isola.

Ultimo aggiornamento (Giovedì 25 Marzo 2010 03:37)

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